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Della crisi di governo e del Partito democratico

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A poco più di un anno dalla sua nascita, il governo gialloverde sembra destinato a una fine molto anticipata rispetto ai proclami dei propri rappresentanti che, oltre a prevedere un 2019 bellissimo, immaginavano anche una legislatura di cinque anni.
Non si capisce ancora bene quale delle molte divergenze abbia portato a questa rottura che appare definitiva (ma attenzione perché in politica posizioni e scelte cambiano in maniera molto rapida e i ministri della Lega non si sono ancora dimessi) ma sta di fatto che Salvini ha scelto di staccare la spina, probabilmente per incassare una rappresentanza parlamentare proporzionale ai sondaggi che lo danno ben sopra il 35% dei consensi e  magari riuscendo anche a non intestarsi questa manovra finanziaria, non proprio semplice in termini di saldi, clausole IVA e promesse elettorali. Piccola parentesi, un governo serve soprattutto per fare la manovra finanziaria. L’esercizio provvisorio di cui si parla in questi giorni significa non avere un bilancio dello Stato e vivere in una situazione di incertezza con ricadute negative anche per i bilanci degli enti locali.
In una situazione molto difficile il pallino sta in mano a tre attori: Salvini appunto che ha vinto le ultime elezioni europee e i sondaggi danno molto avanti rispetto alle altre forze politiche, i 5 stelle che contano su un numero elevato di parlamentari e il Presidente Mattarella, come previsto dalla Costituzione. A quelli che già gridano allo scandalo se non si dovesse andare a votare suggerisco di rileggersi la Costituzione perché è scritto proprio lì che l’Italia è una repubblica parlamentare (forza, ripetiamolo insieme!) e i governi non si basano sui sondaggi ma sui risultati delle elezioni che nell’ordinamento italiano sono ogni 5 anni (le elezioni europee, incredibile ma vero, non eleggono il Parlamento italiano). Lo stesso governo gialloverde è nato in Parlamento visto che le due forze politiche che lo compongono non si sono presentate insieme alle elezioni del 2018.
Comunque, in una situazione tanto ingarbugliata il Partito democratico è riuscito in un’impresa storica: spostare l’attenzione di tutti i media dalla crisi del Governo alla propria crisi interna, chapeau! In una situazione in cui in molti preferivano attendere le mosse di Mattarella il Pd ha cominciato a “discutere”, meglio dilaniarsi (e in questo anche la base si è scatenata sui social, dimostrando di non essere da meno del proprio gruppo dirigente e di essere molto lontana dal paese reale che in questi giorni è più interessata al calciomercato e alla grigliata di ferragosto piuttosto che al dibattito interno al Pd), tra chi è pronto a sostenere un governo istituzionale e chi invece crede sia più opportuno ridare la parola agli elettori. Come dicevo prima, in una situazione complicata e piena di cambiamenti di scenari, avrei aspettato l’inizio dei colloqui con Mattarella valutando entrambe le posizioni in campo. Se infatti venisse chiesto al Pd di sostenere un governo istituzionale con una prospettiva di legislatura credo sia giusto mettere sul tavolo 5 proposte imprescindibili per quella che, alle ultime elezioni e dagli ultimi sondaggi, risulta comunque la seconda forza politica nel paese. Lavoro, ambiente, povertà, periferie, scuola. Cinque proposte che diventino obiettivi politici per sostenere qualunque governo. Se dovessi scommettere un euro in questo momento scommetterei sulle elezioni perché mi sembra difficile trovare i numeri con questo Parlamento (non basterebbe nemmeno un’alleanza a ranghi completi Pd-5 stelle), ancor di più dopo il dibattito interno al Partito democratico.

Il mio contributo al congresso del Partito democratico

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Questo congresso arriva in un momento di grave difficoltà e anche un po’ di sofferenza, una difficoltà evidente del nostro partito che si trova a doversi confrontare con le difficoltà di chi in un panorama politico estremamente complesso si trova da solo a governare un Paese che stenta a compiere passi fuori dalla crisi. Paghiamo quindi, a volte anche per errori oggettivi, le conseguenze delle riforme che sono state fatte in questi anni. Dall’altro lato c’è però la sofferenza dei tanti iscritti e militanti, e mi ci metto anche io, che dalla campagna del referendum sono frastornati e non comprendono spesso le azioni di un gruppo dirigente che ha dimostrato di essere lontano dalla propria base.
Come Amministrazione qualche settimana fa abbiamo lanciato questa campagna di ascolto ai mercati, vi assicuro che durante il primo gazebo che abbiamo fatto al mercato di San Pietro all’Olmo mi ha incredibilmente stupito quante persone conoscendoci si avvicinavano per chiedere cosa diavolo stessero facendo i nostri dirigenti a Roma, erano i giorni della scissione minacciata, perché ai loro occhi, ma credo a quelli di molti di noi, appariva incomprensibile, completamente slegata dal sentire comune del paese e della nostra comunità.
Io credo che il nodo stia in gran parte qua. Nella difficoltà di un gruppo dirigente che è dilaniato dai personalismi, non cogliendo che la nostra comunità chiede unità, e che sui personalismi fonda la battaglia politica interna. E quando ci si scontra sui personalismi piuttosto che sui contenuti è anche più facile dividersi, i partiti socialisti europei o quello democratico americano ci hanno dimostrato che dividersi sui contenuti è possibile anche rimanendo all’interno dello stesso partito e accettando di poter essere minoranza mentre dividersi sulle persone porta al collasso.
Ma dopo la scissione questa perversione la stiamo continuando a portare in parte anche in questo congresso dove sembra più importante sapere il candidato che ognuno di noi ha intenzione di votare piuttosto che i contenuti e le idee che ognuno di noi porta con sé.
Perché è questo il vero tema da affrontare per una forza di centrosinistra che vuole essere riformista di questi tempi, capire quali politiche e idee contrapporre ai populismi e alle destre che oggi preferiscono la via della semplificazione capace di rispondere alle richieste di una fetta numerosa della popolazione.
Credo però sia opportuno anche riconoscere alcuni meriti al governo del Partito democratico, e mi riferisco apposta al Partito democratico e non a Matteo Renzi. Ma ricordarlo anche a noi stessi che spesso passiamo più tempo a confrontarci su quello che ci divide piuttosto che su quello che abbiamo fatto di positivo al governo di questo paese.
Penso ad esempio alla legge sulle unioni civili, a quella sul capolarato, alla legge sul dopodinoi e a quella sui reati ambientali. E ci aggiungo un altro pezzo, ma è così sbagliato pensare che un contratto a tutele crescenti sia peggio delle mille forme di lavoro precario che esistono nel nostro Paese? Lo è aver previsto agevolazioni importanti per le aziende che assumono con contratto a tempo indeterminato. Dirci che vogliamo un contatto a tempo indeterminato e con piene tutele subito per tutti è giustissimo ma poi c’è la realtà.
C’è poi una legge elettorale su cui ognuno credo abbia la propria posizione ma in cui è necessario avere una prospettiva e un minimo di coerenza. Personalmente sono sempre stato per un maggioritario con premio alla coalizione e collegi uninominali, ma se condividiamo l’idea che è importante dare stabilità al nostro paese, indipendentemente da quello che dicono i sondaggi su noi e i nostri avversari, dobbiamo condividere anche l’idea che la priorità è trovare un sistema elettorale che garantisca stabilità indipendentemente da quale sia la nostra posizione di partenza. Questo fanno i grandi partiti.
E poi ci sono temi che semplicemente non possiamo lasciare solo ad altri. Io credo che parlare di sicurezza e intervenire per aumentare anche la sicurezza percepita sia un modo per dare delle risposte alle fasce più deboli della popolazione che sono quelle che una forza di centrosinistra dovrebbe tutelare maggiormente. La risposta al populismo non può essere il buonismo ma deve essere una risposta capace di conciliare i nostri valori con la tutela di chi vive una fragilità maggiore rispetto ad altri come di chi vive in un quartiere difficile. Se giochiamo sulla difensiva siamo perdenti, se rincorriamo le proposte arrembanti di altre forze politiche lo siamo ugualmente.
E veniamo al ruolo dei circoli. Io non credo che il ruolo dei circoli debba essere quello di decidere al posto di un gruppo dirigente scelto attraverso un percorso come quello che stiamo svolgendo in questo momento congressuale, ma credo abbiano un ruolo ancora più importante poiché rappresentano quella cinghia di trasmissione fondamentale tra un gruppo dirigente e le comunità che vivono il nostro paese, hanno il compito di portare i problemi e le richieste a chi ha il ruolo per dover provare a risolverli. È chiaro però che è necessario essere ascoltati. In questi mesi non sono stati i circoli e i militanti a perdere il contatto con la realtà, a me fa sorridere quando sento qualcuno che dice che il Pd ha perso il contatto con le reali difficoltà del paese, non è così, ma forse in parte lo ha fatto il nostro gruppo dirigente. O meglio, ha voluto prediligere uno scontro che sembrava avesse a che fare più con la gestione del potere che con la politica. E a cascata questa difficoltà di lettura ci ha riguardato tutti, ci ha travolto tutti.
Allora in un momento come questo, che è sicuramente uno dei più difficili che stiamo vivendo dalla nascita del Partito democratico, o riportiamo da qui, da un’analisi delle reali difficoltà, dei reali problemi della nostra comunità a cui proviamo a dare una risposta seria e comune o ci possiamo accomodare in attesa dei governi dei 5 stelle o del centrodestra.
Non siamo un argine, siamo il Partito democratico e non siamo una alternativa ad altri, ma una comunità politica con obiettivi, valori e prospettive diversi rispetto ad altri e io credo che dovremmo cercare di mettere la nostra passione, la politica bella e le nostre idee nella sfida ambiziosa di dare un futuro di solidarietà e serenità al nostro Paese.