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Il progetto del campo pozzi di Cascina croce

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Il progetto del Campo pozzi interessa il Comune di Cornaredo dal lontano 2001. Da quell’anno ha subito importanti modifiche (conformazione della struttura della centrale di trattamento, portata di acqua emunta dalla falda, territorio sovracomunale servito) senza riuscire a superare mai la fase di progetto preliminare.
Il progetto prevede la creazione di 4 pozzi in un’area di Cascina croce, accessibile da via Pastrengo, per attingere acqua da falde sotterranee e distribuirla a Cornaredo e nei comuni a nord del nostro che, a causa della conformazione della falda posta sotto di loro, hanno un’acqua ricca di nitrati. La nostra falda, da intendere non come un lago che si esaurirà ma come un fiume sotterraneo che scorre e finisce nel mare rientrando nel ciclo dell’acqua, invece ha la fortuna di avere un’acqua purissima che non ha bisogno di depurazione.
L’intenzione che abbiamo avuto fin da subito come Amministrazione comunale é stata quella di fare una scelta netta: approfondire il progetto, valutando il costo/opportunità per la nostra comunità, e decidere se proseguire o interromperlo.
Questo percorso è cominciato con la visita di un campo pozzi, sempre eseguito da CAP, a Pozzuolo Martesana (li i pozzi in realtà sono otto e dopo alcuni anni di funzionamento il complesso non da alcun tipo di problema), per renderci conto visivamente di quale sarebbe stato l’impatto del progetto.
Dopo questo sopralluogo abbiamo svolto numerosi incontri con CAP per approfondire dubbi e perplessità, riportando anche richieste di chiarimenti frutto di una petizione promossa da alcuni cittadini ormai più di un anno fa. Convinti del progetto, ma sempre attenti all’impatto che avrà sul territorio e il monitoraggio necessario post-operam, abbiamo coinvolto anche chi, tra le associazioni ambientaliste del territorio e i promotori della petizione, si è sempre dimostrato preoccupato e dubbioso rispetto all’opera organizzando più di un confronto con CAP, l’ultimo ieri sera in una assemblea pubblica.
Da questi incontri sono emerse le tematiche che è stato necessario approfondire o su cui chiedere a CAP una risposta puntuale: l’utilità odierna dell’opera, il rischio di inquinamento della falda sotterranea, le ripercussioni sui fontanili, il rischio di creazione di depressioni nel terreno e il monitoraggio dei lavori e post-operam.
Anche nella serata di ieri sono emersi alcuni dubbi e sono state poste domande che meritano attenzione. Per questo abbiamo voluto raccogliere tutte le domande e considerazioni ricevute, con relative risposte, e renderle pubbliche sul sito comunale: le troverete on line entro pochi giorni. (Eccole qua)
Ora il percorso prosegue con ulteriori passaggi formali in cui sarà necessario confrontarsi con gli altri Enti coinvolti dal progetto (Parco agricolo, ASL, consorzio Villoresi, ARPA). Non dobbiamo però dimenticare che CAP é una società interamente pubblica, la cui proprietà é detenuta da tutti i comuni della ex Provincia di Milano e così rimarrà. E’ la società che fa uscire l’acqua dai nostri rubinetti e quella che controlla l’acqua che bevono i nostri figli. É importante invece capire quale sia la motivazione principale che giustifica l’opera: la necessità di creare un sistema resiliente, ossia un sistema capace di resistere a possibili deficit (guasti o inquinamenti per esempio), capace di intervenire nel momento in cui ci fossero delle problematiche connesse alle reti del nostro territorio senza far mancare l’acqua a nessuno.

Il patto di stabilità, questo sconosciuto

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Spiegare cosa sia il patto di stabilità non é assolutamente un esercizio semplice. Non tanto dal punto di vista tecnico, ma perché si tratta di un vincolo talmente assurdo che molto spesso le persone non credono possa realmente esistere. Raccontata semplicemente: il Comune ha un tesoretto di risorse proprie, accumulato negli anni, che per via dei vincoli posti dal patto di stabilità non può spendere. In particolare il saldo tra entrate e uscite del comune deve essere positivo e superiore a una cifra che per quest’anno per Cornaredo si aggira sui 500 mila euro.
Utilizzando una metafora si potrebbe dire che funziona così: partiamo dal presupposto che i comuni siano dei dipendenti di una azienda e che questi dipendenti ricevano una retribuzione per il lavoro che svolgono, una retribuzione neanche troppo alta a dirla tutta. Bene, la stessa azienda impone ai dipendenti di non poter spendere le risorse derivanti dalla retribuzione ricevuta, e quindi dal loro lavoro, perché l’azienda deve garantire di non indebitarsi ulteriormente. Quindi a fungere da garanzia sono le retribuzioni dei dipendenti. É una storia assurda, ma il patto di stabilità funziona davvero così.
Tutti i comuni, non solo quello di Cornaredo, non possono investire parte delle risorse che hanno a disposizione. Risorse che sono accumulate e non spese da anni. Per noi la cifra é di qualche centinaia di migliaia di euro, per i nostri vicini di casa di Settimo Milanese parliamo di una cifra molto più alta. Questa condizione ha portato a una situazione insopportabile sia per le amministrazioni locali che vedono i loro investimenti limitati (la spesa per gli investimenti dal 2007 ad oggi é diminuita del 25% per il totale dei comuni) ma anche per le economie locali. Le piccole aziende che lavorano nei territori, e con le amministrazioni locali in primis, hanno risentito per prime di questa riduzione di spesa entrando in una spirale di difficoltà da cui molto non sono riuscite ad uscire.
E questa é la parte relativa al patto di stabilità. Quella sui tagli ai trasferimenti statali che il comune di Cornaredo ha ricevuto negli ultimi anni, con governi di centrodestra e centrosinistra, ve la racconterò a breve quando ci diranno quali tagli dovremo subire quest’anno.
Per questo motivo ritengo inconcepibile che anche in questi giorni si parli ancora di tagli ai comuni.

Elenco sintetico delle aree da recuperare sul nostro territorio

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Icoma é solo una, anche se forse la più complicata e problematica, delle aree da recuperare che vi sono sul territorio. Di seguito trovate un piccolo elenco di quelle più conosciute, un po’ della loro storia è quello che l’Amministrazione comunale sta facendo.

EX ICOMA: la situazione purtroppo é arcinota. Un terreno di oltre 60.000 mq, teatro in passato e recentemente di rave party oltre che di un brutto incendio nel 2007. La situazione é molto complessa e si è evoluta negli anni.
L’area è in mano a un curatore fallimentare che ha l’incarico di venderla. I pgt delle diversi amministrazioni hanno concesso prima la possibilità di costruire residenze ed ora diverse destinazioni (residenze, terziario e servizi) proprio per favorire la vendita. L’ultima asta del 2012, la base era superiore ai 4 milioni, é andata deserta. Ricordiamo che ci sono ancora circa 120 lavoratori che vantano dei crediti nei confronti della vecchia azienda.
Incontreremo il prefetto proprio perché la situazione é insostenibile in primis per le persone che vivono intorno a quell’area ma anche per tutta la nostra comunità, intimeremo al curatore di demolire i capannoni. Se non si dovesse risolvere nulla stiamo valutando qualunque azione per mettere in sicurezza l’area da ingressi esterni.

SCUOLA SUPERIORE: purtroppo é diventata simbolo della politica e della burocrazia che non funzionano nel nostro Paese. Progettata nel 2006, prima pietra posata nel 2009, dal 2012 l’azienda che si occupava di svolgere i lavori è fallita e da allora il curatore fallimentare e la città metropolitana (ex Provincia di Milano) sono in attesa di vedere il ramo d’azienda ad altra società con caratteristiche simili per proseguire e concludere i lavori, arrivati all’incirca a metà.
Come Amministrazione comunale abbiamo lanciato una petizione per chiedere che il tema della scuola superiore venga trattato in Consiglio metropolitano (abbiamo ormai superato le 1.000 firme) in modo da avere risposte ufficiali anche nel merito del secondo e terzo lotto (ulteriori 10 classi e strutture accessorie) che al momento non sono finanziati.

VILLA DUBINI: la Villa storica di San Pietro all’Olmo con il suo immenso giardino (una volta un bellissimo frutteto) ma con molte priorità da risolvere, a cominciare dalla messa in sicurezza del tetto. Il pgt prevede il recupero della villa con destinazione ricettiva e commerciale, la cessione del parco all’Amministrazione comunale e capacità volumetrica al di fuori dell’area che é vincolata dalla soprintendenza. Recentemente la proprietà (Nostra famiglia, una fondazione religiosa) ha chiesto la possibilità di procedere prioritariamente al recupero della villa con cessione del parco al Comune e posticipare a una fase successiva la costruzione di nuove residenze. Ovviamente abbiamo accolto con favore questa possibilità e procederemo con i passaggi formali nel momento in cui ci fosse un operatore davvero interessato all’intervento.

CASCINA MELEGAZZA: vecchia corte in via dei Giardini, usata quando ero piccolo anche come stalla. Proprio la parte sulla via é transennata perché il tetto é davvero in pessime condizioni. Anni fa la proprietà era interessata a un intervento che recuperasse parte dell’edificio esistente ma non si concretizzò.
Oggi l’attuale pgt, che prevede residenze di pregio che ricorderanno la tipica corte, ha eliminato un vincolo che scoraggiava l’intervento e abbiamo incontrato la proprietà ancora interessata ad intervenire nonostante la situazione economica sia più complicata (si interverrà passo passo) e non sia possibile recuperare nulla dell’edificio esistente.

POLLACK: in via Ponti, un po’ nascosto all’interno di una corte. Edificio storico è vincolato dalla soprintendenza. Interni e arcate bellissime anche se in stato di abbandono con squarci nel tetto. La proprietà é interessata ad un intervento a breve che prevede un mix di mini appartamenti, attività commerciali e altre funzioni.

EX IRCON: un tempo sede aziendale in via Cascine, già oggetto di una prima bonifica da poco terminata e una minore ancora da fare. Previsto un intervento in linea con il tessuto urbano già esistente e la possibilità che una parte dell’area venga ceduta per essere dedicata ad orti urbani.

Ripartiamo dalla scuola superiore

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Come raccontavo nelle scorse settimane la prima cosa che avremmo chiesto a città metropolitana sarebbe stato un aiuto per risolvere la questione della nostra scuola superiore.
In questi mesi abbiamo incontrato consiglieri e dirigenti della nuova città metropolitana e abbiamo deciso di continuare a tenere alta l’attenzione lanciando come amministrazione comunale una raccolta firme, una petizione, per chiedere che il tema della scuola superiore venga discusso nel consiglio metropolitano e ci vengano date risposte ufficiali sulla situazione dei lavori e delle risorse stanziate nel bilancio di città metropolitana.
É un primo passo, che ovviamente temiamo non basti a risolvere la situazione. Crediamo però che grazie al coinvolgimento di tutti i cittadini e di tutte le forze politiche sia possibile lanciare un segnale forte e importante, ossia che questa situazione é intollerabile perché le risorse pubbliche, le risorse di tutti noi, non possono essere sprecate in questo modo per lungaggini burocratiche.
Come vi dicevo questa iniziativa non é di una parte politica. Abbiamo deciso come amministrazione di chiedere una mano ad ogni consigliere comunale, a tutte le forze politiche, perché crediamo che tutti siano interessati a risolvere questa situazione. Per farlo però abbiamo soprattutto bisogno della buona volontà di tutti i cittadini, dobbiamo raggiungere le 1.000 firme. Sarà possibile firmare presso la segreteria del Comune, le biblioteche e tutti i banchetti che le forze politiche decideranno di organizzare. Mai come questa volta c’é davvero bisogno del sostegno concreto di tutti.

Una RSA sì, ma accessibile a tutti e in sintonia col nostro territorio

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Prima di raccontare cosa è successo nel consiglio comunale di ieri sera è utile riassumere cioè che è successo negli ultimi anni attorno al tema della RSA, la Residenza Sanitaria Assistenziale. Un tema di cui a Cornaredo si parla da anni, se non da decenni, e che fatica a trovare una soluzione concreta.
Anche due anni fa la precedente amministrazione comunale ha provato a individuare un operatore interessato alla costruzione di una RSA da 100-120 posti, da ubicare nell’area di via Adamello a San Pietro all’Olmo. L’unico operatore che ha risposto alla richiesta non ha però presentato un progetto rispondente a quanto richiesto dall’Amministrazione, ma uno che prevedeva una RSA da 80 posti e un borgo assistito comprensivo di mini alloggi protetti e di un borgo residenziale. Un progetto però è utile leggerlo nei numeri, visto che – chi ha un parente in una RSA lo sa bene – una variabile importante sono le tariffe previste per i nostri anziani. Ed è proprio questo il nodo su cui ci siamo trovati in disaccordo già un anno fa, quando l’amministrazione del sindaco Bassani ha presentato il progetto in Consiglio comunale: il progetto infatti prevedeva una tariffa superiore ai 2.400 euro mensili IVA inclusa (con incremento indice ISTAT di anno in anno), senza agevolazioni significative per chi risiede nel nostro Comune se non qualche decina di euro al mese in meno, troppo poco per fare la differenza.
Perché abbiamo ritenuto che la proposta fatta non fosse di reale interesse per il comune e il nostro territorio? Il motivo più importante l’ho raccontato: tariffe non accessibili rischiano di fare della RSA uno scheletro vuoto, una struttura riservata solo alle persone più abbienti in un momento di estrema difficoltà per molte famiglie.
Ma non c’è solo questo. Il progetto sostenuto dalla precedente amministrazione si reggeva finanziariamente sulla vendita degli appartamenti residenziali a prezzi convenzionati che avrebbero dovuto essere edificati assieme alla RSA. Ciò significa che la RSA stessa, una volta divenuta di proprietà comunale, non avrebbe potuto essere finanziariamente autonoma. Infine la proposta della precedente amministrazione prevedeva che la garanzia per le banche fosse rappresentata dal terreno di proprietà comunale, di circa 12.000 mq, messo a disposizione quasi gratuitamente (5.000 €/anno senza rivalutazione) per la realizzazione della RSA. Insomma: il Comune si sarebbe assunto anche parte del rischio di impresa.
Per tutti questi motivi – tariffe troppo alte per gli utenti, mancanza di agevolazioni per i residenti, dubbia sostenibilità finanziaria della RSA – ieri sera in consiglio comunale abbiamo preso una decisione complessa, rifiutando il progetto a suo tempo proposto dall’amministrazione Bassani e avviando un percorso nuovo per portare sul nostro territorio una RSA. Perché questo punto lo voglio ribadire ancora una volta: non abbiamo deciso di rinunciare alla RSA, ma  a un progetto che secondo il nostro punto non era interessante per il nostro territorio. Vogliamo però realizzare una RSA che sia davvero rispondente ai bisogni delle famiglie con anziani del Comune di Cornaredo.
Come ci stiamo muovendo adesso, vista la situazione che si è creata? Nei mesi scorsi abbiamo incontrato l’operatore che aveva presentato il progetto sostenuto dalla precedente amministrazione, chiedendo delle modifiche importanti sulle tariffe e le agevolazioni per i residenti di Cornaredo. Ci è stato risposto però che non poteva essere modificato l’equilibrio economico raggiunto. Nel frattempo abbiamo incontrato informalmente anche altri operatori interessati alla costruzione di una RSA da 100-120 posti confrontandoci sulle tariffe e sulla possibilità delle agevolazioni a fronte di agevolazione per gli anziani di Cornaredo e San Pietro all’Olmo.
Ultima nota. Lo scorso aprile il progetto che ora abbiamo definitivamente bocciato è arrivato in consiglio comunale con la maggioranza di centrodestra. A fronte di alcune incongruenze tra le tariffe presenti nella convenzione e quelle del piano finanziario asseverato, incongruenze messe in luce dai consiglieri di minoranza, il punto fu ritirato e rinviato all’unanimità, quindi anche con i voti dello stesso centrodestra. Perché? Perché si è deciso di rinviare il punto se era tutto perfetto come dicono adesso alcuni consiglieri dell’opposizione? A pensare male, potremmo dire che non credevano nemmeno loro al progetto e si era deciso di approvare tutto in fretta e furia, senza i dovuti approfondimenti, per le imminenti elezioni.

Vademecum delle regole per accedere agli alloggi comunali

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Al termine del mese di dicembre si è chiuso il bando per le domande di accesso alle case comunali. Come temevamo, visti i tempi, hanno fatto richiesta più di una cinquantina di famiglie che si vanno ad aggiungere, integrandosi in base ai punteggi, a quelle che fanno già parte della graduatoria. Si tratta di un totale di circa 200 famiglie in graduatoria a fronte di circa una settantina di alloggi comunali.

Chi definisce i criteri di accesso? I criteri sono definiti da Regione Lombardia e riguardano la residenza (é necessario essere residenti nel comune o lavorare da 5 anni in un comune lombardo) e il reddito ISEE (sotto i 16.000 euro per accedere a un canone di affitto sociale). Concorrono al punteggio anche la presenza di disabili nel nucleo famigliare, la condizione alloggiativa (sfratto, procedura di sfratto in corso, affitto) e la condizione occupazionale. Ovviamente non può accedervi chi è proprietà di abitazione.

Per quanto si rimane in graduatoria? Si rimane in graduatoria fino a che non vengono meno i requisiti di cui sopra. Ogni tre anni il Comune apre di nuovo il bando in modo che famiglie non in graduatoria, chi non presenta la documentazione da tre anni e chi ha peggiorato la propria situazione familiare, e quindi può avere un punteggio più alto, possa presentare una nuova domanda.

Mi trovavo ai primi posti della graduatoria e adesso mi hanno scavalcato in un centinaio di famiglie. Da gennaio abbiamo pubblicato sul sito del Comune la graduatoria del bando scaduto a dicembre. Queste però non sono le graduatorie definitive ma andranno integrate con chi ha presentato la domanda negli anni scorsi. Ciò significa che chi per esempio si trova quinto nella graduatoria del bando di dicembre probabilmente “perderà” qualche posizione nel momento in cui la graduatoria verrà integrata con l’altra, ovviamente l’integrazione avviene sulla base dei punteggi ottenuti e se chi si trova davanti in graduatoria ha perso i requisiti non accederà all’immobile.
Le graduatorie sono piene di extracomunitari. Uno dei requisiti cardine per accedere alle case comunali é quello della residenza nel comune in cui avviene la richiesta o i 5 anni di attività lavorativa prestata in un comune lombardo. Nel bando di dicembre sulle prime dieci famiglie in graduatoria solo una é straniera, al decimo posto. Le graduatorie sono sempre pubbliche e sono visibili sul sito dell’Ente. A breve é intenzione di Regione Lombardia introdurre i 10 anni di residenza con continuità per accedere ai bandi, attenzione però perché questo requisito varrà anche per le famiglie italiane. Nei 71 alloggi di proprietà comunale, le famiglie di origine straniera sono 4.

Quella persona ha una macchina di lusso e sta nella casa popolare. L’edilizia residenziale pubblica serve a supportare le difficoltà dei nuclei familiari, per questo motivo é obiettivo anche del Comune far accedere negli immobili famiglie che hanno una vera difficoltà. Quando riceviamo una segnalazione anche anonima, come successo in questi mesi, procediamo ad un controllo accurato senza coinvolgere gli inquilini. Dalle segnalazioni e dai controlli effettuati in questi mesi non sono mai emersi illeciti. Il nuovo ISEE, che inizieremo ad usare nei prossimi mesi, prevede che la documentazione sia inviata anche all’agenzia delle entrate e all’INPS in modo da avere più controlli incrociati.

Se non mi da la casa il Comune come mi aiuta? Un altro contributo che non tutti conoscono é il “Fondo sostegno affitti”, rivolto agli affittuari che non sono proprietari di casa e a cui viene riconosciuto un contributo cofinanziato da Regione e Comune se non si supera una certa soglia di ISEE. Il bando generalmente esce dopo l’estate.
Il lavoro che invece sta svolgendo l’assessorato ai servizi sociali riguarda il patrimonio di cui il Comune dispone cercando di vendere alcuni degli alloggi occupati in modo da acquistarne altri pronti per una nuova assegnazione e valutando l’opportunità di vendita di alcuni di quelli non occupati più grandi (tre-quattro locali) per acquistarne di più piccoli in numero maggiore. Abbiamo inoltre aderito all’Agenzia dell’abitare rhodense dove, su segnalazione dell’assessorato, i cittadini potranno recarsi per trovare alloggi anche fuori comune a canoni sociali.

Il toto nomi non mi appassiona

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Tra qualche ora cominceranno le votazioni per l’elezione del Presidente della Repubblica. Un momento importante e di cui, a differenza di ciò che avviene per esempio per l’elezione del Pontefice, conosciamo ogni singolo passaggio. Le votazioni del Presidente mi piacciono sin da quando ero bambino: la conta dei voti, i numeri che sulla sinistra del teleschermo aumentano poco alla volta per questo o quel candidato.
Le ultime elezioni sono state speciali. Non tanto e non solo per la rielezione di Napolitano o per la confusione incredibile che le ha accompagnate ma perché in quei giorni di aprile mi trovavo a Roma, proprio fuori dal Parlamento, in attesa.
Dopo due anni ci ritroviamo ancora qua. Solite liturgie, solite discussioni inutili nei giorni che precedono l’elezione sul borsino dei papabili candidati, d’altronde i giornali devono vendere anche nei giorni in cui non ci sono notizie.
Quale Presidente dovrà essere? Le polemiche sul nome, se sarà o meno frutto del patto dal Nazareno, mi appassionano davvero poco. Per sua natura e per raccogliere voti da una ampia platea di parlamentari, dovrà essere un nome condiviso.
Una personalità politica forte, super partes e in grado di interpretare la Costituzione al meglio, come ha fatto in questi nove anni Giorgio Napolitano che nella crisi dei partiti e della rappresentanza democratica si è dimostrato un baluardo della nostra Repubblica, più interessato al bene dell’Italia che alle invettive di cronisti da quattro soldi o alle beghe interne dei partiti.
Qualcuno che ci mantenga credibili nei rapporti internazionali e che sappia entrare in sintonia con la parte migliore del nostro Paese, abbiamo bisogno di un Presidente “vicino”, in grado di sostenere la ripresa e di unire in un momento in cui invece ogni giorno evidenziamo quello che ci divide dall’altro.

La città metropolitana deve essere la nostra prospettiva

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A un mese di distanza dal voto dello Statuto della Città metropolitana, potete trovare tutto su www.cittametropolitana.mi.it, parte ufficialmente la nuova avventura di questo nuovo ente, ai più oscuro nell’organizzazione e nell’utilitá.
Molte delle funzioni restano le stesse della vecchia Provincia: pianificazione territoriale, coordinamento nella gestione dei servizi, mobilità, edilizia scolastica e la gestione dei sistemi di informatizzazione.
Devono però cambiare gli strumenti. Credo che l’unità di misura di questo progetto stia nella capacità di città metropolitana di essere un ente più autorevole ed efficiente di quanto fosse la vecchia provincia, imparando dagli errori ma soprattutto con una incisività e una prospettiva maggiore.
Delle tante regole contenute nello statuto, votato dalla Conferenza dei Sindaci (tutti i sindaci dei Comuni della ex provincia di Milano) poco prima di Natale, vorrei sottolineare quelle che in particolare riguardano la partecipazione. Su questo tema, vista l’elezione di secondo livello che ha portato all’elezioni del consiglio metropolitano, bisogna colmare un gap. Per questo nello statuto si dice chiaramente che il nuovo sindaco metropolitano verrà eletto a suffragio universale, per questo lo stesso é stato redatto chiedendo il contributo degli attori metropolitani  e sono contenuti sono contenuti al suo interno strumenti per una partecipazioni ampia: referendum, petizioni e istanze.
Ma che effetti avrà l’istituzione di Città metropolitana sui cittadini? La risposta in sintesi potrebbe essere questa: migliorare la qualità della vita dei singoli e condurre i Comuni in un percorso finalizzato a una gestione sovracomunale dei servizi pubblici locali, come i rifiuti ad esempio.
Il primo tema su cui solleciteremo Città metropolitana é quello della scuola superiore. Ci stiamo già lavorando e abbiamo intenzione di promuovere una petizione perché il tema sia discusso nel Consiglio metropolitano, come previsto dall’art. 9 dello statuto. Vogliamo avere finalmente delle risposte certe e sbloccare una situazione insopportabile che raffigura il fallimento della politica e della burocrazia del nostro paese.
Si comincia!

La politica nel reale

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2015-01-13 13.10.15

Mi ha emozionato tornare nel mio Liceo per confrontarmi con alcuni ragazzi sull’impegno dei giovani in politica. É difficile spiegare perché sia importante il loro impegno in politica, soprattutto oggi.

Ognuno ha la sua storia, le proprie passioni, siamo diversi ed é nella diversità dei singoli che molto spesso si ritrova la bellezza.
Ci deve essere allora un motivo, valido per tutti, unico. Io credo che la politica sia una cosa bella perché é lo strumento, oltre noi stessi, attraverso cui si cambiano le cose.
Lo so, da molti anni questa percezione é venuta meno. I giornali ci raccontano sempre più spesso di scandali, corruzione, malaffare. Tutte cose che oggi nell’immaginario collettivo colleghiamo alla politica. Non é così! La politica é uno strumento, la politica non può corrompere o essere corrotta, pagare o ricevere tangenti. Quello lo possono fare, e capita purtroppo, i politici. In tutto questo la politica non deve perdere però il suo valore, che ci riporta a motivare la necessità di un impegno. Un impegno delle persone oneste che decidono di collaborare per il bene comune. E’ opportuno separare il campo della politica da tutto ciò che politica non è.

Nel nostro territorio purtroppo c’è un simbolo che racchiude quello che non va nel nostro Paese: la scuola superiore. Ecco, io credo che una soluzione per la ripresa dei lavori di una struttura importante per il nostro territorio ce la possa dare solo la politica.