Qualche risposta sui profughi

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Due giorni fa a Milano 19 comuni della ex provincia di Milano sono stati convocati dal sindaco metropolitano Sala per confrontarsi sull’emergenza profughi. La situazione attuale vede 3.000 profughi accolti in città e 1.500 nella ex provincia, molti concentrati a Bresso, Magenta, Rho e in altri comuni. Questi numeri non sono enormi per una città metropolitana di oltre tre milioni di abitanti. Diventano però un problema quando si concentrano i profughi in pochi spazi molto affollati, scaricando tutto l’impegno su singoli comuni e creando dei ghetti in cui le condizioni di vita sono scadenti e le possibilità di inserirsi nel tessuto sociale praticamente zero. Questo ad esempio è quanto potrebbe accadere a Rho se si decidesse di utilizzare il Campo base di Expo per ospitare un alto numero di profughi. Una scelta che ritengo sbagliata e non condivisibile.
Il sindaco metropolitano Sala ha rivolto a noi sindaci una richiesta precisa: la richiesta è quella di costruire una accoglienza diffusa, in cui tutti i comuni facciano la propria parte. Ma cosa significa esattamente “accoglienza diffusa”? Significa evitare di concentrare i profughi in pochi spazi molto affollati, distribuendoli invece in piccoli gruppi nei diversi comuni. Ciò permette di seguire meglio ogni percorso, favorendo un effettivo inserimento dei nuovi arrivati nelle comunità di destinazione: ad esempio assicurandosi che i bambini e i ragazzi possano veramente andare a scuola, oppure che gli adulti imparino l’italiano in tempi ragionevoli, mentre attendono che la loro domanda di asilo venga esaminata. È anche il modo migliore per evitare che un fenomeno naturale come quello delle migrazioni possa diventare un problema di sicurezza per i cittadini.
Come spesso accade, alcuni sindaci hanno preferito tirarsi indietro. Certamente tra i (pochi) sindaci che hanno detto di no, alcuni contano di guadagnare voti facendo la voce grossa: una posizione che non porta da nessuna parte, perché se il prefetto stabilisce di inviare dei richiedenti asilo in un comune, il sindaco non ha il potere di rifiutarsi. Per questo i sindaci che dicono “niente rifugiati nel mio comune” stanno facendo un cattivo servizio ai loro concittadini: perché fanno una promessa che non possono mantenere, invece di creare le condizioni per gestire al meglio una situazione delicata e inevitabile. È una logica che non condividiamo: è più facile scaricare un problema sul comune vicino, piuttosto che assumersi la responsabilità di affrontare tutti insieme una sfida complessa, ma inevitabile. Tra comuni vicini, ci si sostiene gli uni con gli altri. Per questo, con gli altri sindaci del Rhodense abbiamo deciso di confrontarci per trovare insieme delle modalità condivise di accoglienza. Personalmente sono più preoccupato del concentramento di 300 profughi a Rho che di un’accoglienza diffusa capace di coinvolgere tutti i territori e quindi credo che Cornaredo, di fronte a una emergenza, debba fare la sua parte.
Questo significa che anche a Cornaredo arriveranno dei profughi? E nel caso, quanti saranno, dove verranno alloggiati, cosa faranno? Sono domande giuste, alle quali non possiamo ancora rispondere, per il semplice motivo che ancora non ci è stato comunicato se riceveremo dei profughi, se si tratterà di singoli o di nuclei famigliari, se proverranno dalla Siria o dalla Somalia o da qualunque altro luogo sulla Terra. L’arrivo in ogni caso non è imminente, se accadrà non sarà domani o dopodomani, ma credo sia utile muoversi con anticipo sia dal punto di vista politico che da quello dell’accoglienza.
Quello che sappiamo con certezza è che Cornaredo, di fronte a un’emergenza, deve fare la sua parte responsabilmente, senza fare inutili proclami e preparandosi a gestire al meglio la situazione. Si tratta di pragmatismo e non di buonismo. Le persone che arrivano a Milano sono tutte identificate ed in attesa della concessione dell’asilo politico. Come Cornaredo si comporteranno tutti gli altri comuni del nostro territorio e la stragrande maggioranza dei sindaci della Città Metropolitana.
Un’ultima cosa, meno pratica, ma forse più importante. La politica è anche una questione di valori: valori a cui fare riferimento e valori da rispettare. I valori della nostra comunità sono gli stessi che ci hanno insegnato i nostri padri e i nostri nonni. I nostri padri e i nostri nonni che in gran parte non sono nati a Cornaredo, ma in mille altri luoghi d’Italia, e qui a Cornaredo sono arrivati da migranti cercando un posto dove vivere meglio e dove costruire il loro futuro: magari all’inizio si sono visti guardare con un po’ di diffidenza perché non erano nati qui, ma poi hanno trovato il loro posto in una comunità capace di accoglierli. La storia della nostra città ci insegna il valore di trattare gli altri con dignità e rispetto, anche se non li conosciamo perché arrivano da lontano e inaspettati. Sono questi i valori con cui dobbiamo trattare quanti arrivano in Italia fuggendo da paesi travolti dalla guerra, dalla fame, dalle persecuzioni. L’alternativa è nascondere la testa sotto la sabbia, pestare i piedi come bambini capricciosi, lasciare che le difficoltà ricadano sui nostri vicini di casa e decidere di essere peggiori di quel che vogliamo e dobbiamo essere. Io credo che Cornaredo sia una comunità inclusiva e solidale, fedele alla sua storia e ai suoi valori. Tutto il resto viene di conseguenza.

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