L’autonomia fiscale e le risorse umane: due nodi da sciogliere per il futuro dei comuni

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L’ultima legge di stabilità, è inutile nasconderlo, ha previsto per i Comuni alcune novità molto positive come ad esempio l’eliminazione del patto di stabilità con l’introduzione del solo vincolo del saldo di competenza che tradotto in maniera semplice significa che le entrate e le uscite dell’anno devono pareggiare. Non sono stati previsti ulteriori tagli ai trasferimenti che, anzi, per sopperire all’eliminazione della TASI sull’abitazione principale sono in aumento rispetto all’anno precedente. Sembrerebbe una buona notizia e nell’immediato lo è sicuramente, il rovescio della medaglia  è dato però dal fatto che in questo modo si limita l’autonomia fiscale dei comuni. Eliminata la TASI sull’abitazione principale rimangono poche le leve fiscali per i comuni, per leve fiscali si intendono quelle entrate le cui aliquote vengono decise dagli enti locali e i cui introiti sono a disposizione degli stessi locali: IRPEF comunale e tariffe previste per i servizi a domanda individuale.

Questo significa ridurre all’osso l’autonomia dei comuni che, non potendo scegliere come calibrare le entrate di propria competenza, dipendono in tutto e per tutto dalle scelte del governo in merito a tassazione e trasferimenti. In questo modo diventa più difficile programmare qualunque attività comunale e i lavori di manutenzione. Sarebbe necessario dare più responsabilità e autonomia ai comuni riscrivendo le regole della fiscalità locale una volta per tutte stabilendo cosa spetta agli enti locali evitando che gli stessi riscuotano risorse che poi vengono girate allo Stato centrale.

Una delle grandi pecche di questa legge di stabilità riguarda però il tema del personale della pubblica amministrazione. Il turnover, ossia la possibilità di sostituire i dipendenti che vanno in pensione, è infatti tornato al 25%: significa quindi che il Comune di Cornaredo, così come gli altri enti locali, potrà assumere un dipendente ogni quattro che andranno in pensione. Su questo nodo, su cui Anci (l’associazione nazionale dei comuni) ha già espresso un parere molto negativo, si gioca il futuro dei comuni.

Cornaredo ha 90 dipendenti, tra questi 18 agenti di polizia locale e 8 educatrici dell’asilo nido. Oggi gli operai comunali sono 3 mentre quindici anni fa erano una decina. Questi numeri raccontano di come la macchina comunale, rispetto ai servizi che eroga, sia davvero sottodimensionata in termini di risorse umane. Comuni delle dimensioni di Cornaredo hanno almeno una decina di dipendenti in più ed è ovviamente difficile in casi come questo che la pubblica amministrazione sia pienamente efficiente visto che tutto ricade su un numero esiguo di dipendenti.

Quali servizi verranno offerti in futuro ai cittadini se i dipendenti si ridurranno? Se da un lato ci sono servizi, valutando costi e benefici, che potrebbero essere esternalizzati (penso al servizio ai servizi cimiteriali e la gestione dei nidi per esempio), ce ne sono altri che qualificano il comune nel rapporto con i cittadini come ad esempio il servizio tributi, l’anagrafe, i lavori pubblici e l’urbanistica che non è plausibile pensare di non gestire internamente.

Non la trovo una prospettiva auspicabile: per i cittadini, per i dipendenti stessi che rimangono moltiplicando gli sforzi (il contratto collettivo è fermo da anni e sono bloccate le progressioni verticali) ma anche per la storia dei comuni. Svuotare i comuni dei propri dipendenti equivale a svuotarli del ruolo fondamentale che hanno nell’architettura istituzionale del nostro Paese.

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