Mese: aprile 2015

Il mio intervento per questo 25 Aprile

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Care concittadine, cari concittadini,

il 25 aprile di quest’anno non è,  e non può essere, una semplice ricorrenza da commemorare con discorsi di rito e bandiere a festa. Il 25 aprile di quest’anno assume un significato particolare perché sono trascorsi settant’anni della Liberazione dell’Italia dal nazifascismo.

Perché settant’anni fa gli uomini e le donne della Resistenza videro la fine di una guerra sanguinosa e il ritorno della libertà, unitamente  alla nascita dello stato democratico.

Quel giorno di 70 anni fa, Sandro Pertini annunciò: “Il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, oggi 25 aprile, in nome del popolo e dei volontari della libertà e delegato del solo governo legale italiano, ha assunto i poteri di governo”. Quello storico annuncio non riguardava solo Milano, sede del comando partigiano dell’Alta Italia, ma simbolicamente tutta l’Italia. Liberata dall’occupazione nazi-fascista.

Non siamo però qui a ricordare unicamente il passato e voglio citare la frase scritta in trenta lingue su un monumento nel campo di concentramento di Dachau: “Chi dimentica il passato è condannato a riviverlo”, questo per ribadire con forza che non solo non vogliamo dimenticare il passato ma soprattutto non vogliamo più riviverlo, né vogliamo che lo rivivano i nostri giovani. Non dimentichiamo da dove arriviamo, non dimentichiamo le radici della nostra comunità.

E’ doveroso ricordare in questa occasione tutti coloro che, combattendo per la libertà del nostro paese, hanno perso la vita: oltre alle decine di migliaia di vittime tra soldati e partigiani italiani,  la nostra riconoscenza deve andare a quegli uomini e quelle donne di altre nazioni che in Italia hanno lasciato la vita, contribuendo alla liberazione.
Questo è il senso delle celebrazioni di oggi: è la festa della nostra libertà, della libertà di tutti, una libertà ridata anche a chi l’aveva distrutta e umiliata, una festa che nessuno ha il compito di custodire gelosamente ma che tutti hanno il dovere di ricordare. Per questo, a coloro che pronunciano ogni giorno la parola libertà, e che non si sentono parte di questa festa, diciamo con forza, da Cornaredo, dove in troppi hanno perso la vita per noi, che questa è la festa di tutti ed è anche la festa della loro libertà.

In un’occasione come il 25 aprile, dobbiamo interrogarci su che cosa significhi oggi “resistere”. Dietrich Bonhoefer, dal carcere nazista, scriveva “Mi sono chiesto spesse volte, ove passi il confine fra la necessaria Resistenza e la resa davanti al destino. Molti si adattano, paghi e con furbizia, a ciò che è dato. Ma credo che dobbiamo porre mano a cose grandi”. Non arrendiamoci. Poniamo mano a cose grandi.

Resistiamo all’idea che la nostra Repubblica sia fondata sulla mercificazione finanziaria, piuttosto che sul lavoro.

Resistiamo alla rassegnazione che si possa morire sul posto di lavoro, all’idea che l’eguaglianza reale non sia possibile, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

Resistiamo all’idea che siamo un paese in cui l’accoglienza, la carità cristiana, l’aiuto delle persone in difficoltà o malate siano principi meno importanti di altri nella vita di tutti i giorni.

Resistiamo all’idea che ci siano essere umani la cui ambizione sia unicamente sopravvivere.

Questi enunciati sono i principi fondanti della nostra Costituzione. E allora chiediamoci quante volte la nostra democrazia si è distratta dai suoi compiti, quante volte l’ansia di un benessere troppo a lungo atteso ci ha portato ad inseguire modelli vuoti; dobbiamo riaffermare che la libertà ha un altro nome: e questo nome  é uguaglianza, sociale e culturale, uguaglianza dei diritti e delle opportunità.
Solo se riprende, dal basso, la consapevolezza del valore univoco di tutte le vite umane, la nostra e quella degli altri, se rimettiamo al centro del nostro agire le persone, anziché gli strumenti, possiamo continuare a guardare con speranza alla nostra storia e sentirci sereni rispetto ai valori per cui hanno combattuto quei giovani.

Cornaredo ha la forza, per la sua storia e per la sua gente, di continuare sul cammino che l’ha portata a distinguersi come comunità etica, coesa e solidale. Manifestazioni come quella di oggi, in cui riconosciamo la necessità di coinvolgere i ragazzi delle nostre scuole, vogliono essere un impegno a mantenere viva la memoria degli eventi che hanno caratterizzato la storia della nostra Patria.

I partigiani e i martiri della 2^ guerra con il loro sangue e la loro vita ci hanno restituito un paese libero e democratico: questa è l’eredità che abbiamo ricevuto e questa è l’eredità che dobbiamo lasciare ai nostri figli. Una eredità che ha un valore infinito, immenso. Una eredità che va raccontata perché la libertà che oggi abbiamo ricevuto non sia data per scontata. Una eredità di cui andare fieri, perché quelle persone che con coraggio hanno rischiato, e in alcuni casi perso, la loro vita per la nostra sono la storia e l’identità  in cui si può riflettere con orgoglio la nostra comunità.

Viva il 25 Aprile!
Viva la Resistenza!
Viva l’Italia!

Il patto di stabilità, questo sconosciuto

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Spiegare cosa sia il patto di stabilità non é assolutamente un esercizio semplice. Non tanto dal punto di vista tecnico, ma perché si tratta di un vincolo talmente assurdo che molto spesso le persone non credono possa realmente esistere. Raccontata semplicemente: il Comune ha un tesoretto di risorse proprie, accumulato negli anni, che per via dei vincoli posti dal patto di stabilità non può spendere. In particolare il saldo tra entrate e uscite del comune deve essere positivo e superiore a una cifra che per quest’anno per Cornaredo si aggira sui 500 mila euro.
Utilizzando una metafora si potrebbe dire che funziona così: partiamo dal presupposto che i comuni siano dei dipendenti di una azienda e che questi dipendenti ricevano una retribuzione per il lavoro che svolgono, una retribuzione neanche troppo alta a dirla tutta. Bene, la stessa azienda impone ai dipendenti di non poter spendere le risorse derivanti dalla retribuzione ricevuta, e quindi dal loro lavoro, perché l’azienda deve garantire di non indebitarsi ulteriormente. Quindi a fungere da garanzia sono le retribuzioni dei dipendenti. É una storia assurda, ma il patto di stabilità funziona davvero così.
Tutti i comuni, non solo quello di Cornaredo, non possono investire parte delle risorse che hanno a disposizione. Risorse che sono accumulate e non spese da anni. Per noi la cifra é di qualche centinaia di migliaia di euro, per i nostri vicini di casa di Settimo Milanese parliamo di una cifra molto più alta. Questa condizione ha portato a una situazione insopportabile sia per le amministrazioni locali che vedono i loro investimenti limitati (la spesa per gli investimenti dal 2007 ad oggi é diminuita del 25% per il totale dei comuni) ma anche per le economie locali. Le piccole aziende che lavorano nei territori, e con le amministrazioni locali in primis, hanno risentito per prime di questa riduzione di spesa entrando in una spirale di difficoltà da cui molto non sono riuscite ad uscire.
E questa é la parte relativa al patto di stabilità. Quella sui tagli ai trasferimenti statali che il comune di Cornaredo ha ricevuto negli ultimi anni, con governi di centrodestra e centrosinistra, ve la racconterò a breve quando ci diranno quali tagli dovremo subire quest’anno.
Per questo motivo ritengo inconcepibile che anche in questi giorni si parli ancora di tagli ai comuni.